Siamo soliti scrivere articoli per nostro conto, ma preferiamo riportavi questo interessantissimo e profondo testo scritto da Pierangelo Sapegno de lastampa.it (un paio di mesi fa), piuttosto che plagiarlo.
Prendetevi 10 minuti di sana lettura e altri 5 per riflettere su quanto scritto quando avrete finito.

 

Chiudono a centinaia, in città e in provincia
Oggi vince l’evento: un tema, più che un locale

Hanno spento le luci. Ma le hanno chiuse solo nei templi dei nostri Anni 80, come quando ripensi a una casa che hai lasciato per sempre, con i suoi vecchi mobili e le sue memorie. È la società moderna che non ha più bisogno delle discoteche, la comunità del web che le ha uccise.

Adesso fa uno strano effetto: è come un cimitero sotto i nostri occhi. A sfogliare i numeri delle discoteche oggi, sembra un bollettino di guerra: in Romagna, da Ravenna a Cattolica ce n’erano 300 e adesso ne sono rimaste a malapena un centinaio, a Milano in dieci anni dopo il 2003 sono scese da 113 a poco più di 70, con 950 posti di lavoro in meno. Poi c’è la crisi di Roma, quella della Versilia, e le feste che muoiono in Sardegna.
Jessica da Ros, una fotografa di Treviso, ha raccontato nel suo blog questo viaggio archeologico fra i luoghi dimenticati delle nostre notti, edifici in disuso, svuotati e persi tra le zone industriali e le strade di campagna, scheletri di lamiere e capannoni con le luci spente, i muri scrostati e i divanetti sfondati, testimonianze di un passato ormai finito.

Da Padova a Belluno fino a Montecchio, Reggio Emilia, la fotografa attraversa il Paese, passando per nomi che non hanno più un senso, dallo Station al Rock and Blue, scaricati come sono di ogni vitalità.
La notte c’è ancora, ma è così diversa da lasciare melanconici ossari dietro di sé, cimiteri di reliquie, perché ogni epoca che cambia lascia dei morti sulla sua strada.

Le discoteche sono state uccise anche dalla crisi, ma soprattutto da questo mondo della comunicazione ravvicinata, dalle comunità virtuali, dal popolo infinito dei social network, da quelli che non hanno più bisogno di luoghi per ritrovarsi e riconoscersi, di cattedrali del divertimento affacciate nelle notti con i loro riti antichi, le liturgie immutate, fra luci stroboscopiche e musiche assordanti.

Ora che ci sono le piazze del web a che serve tutto questo? A Milano e in Romagna hanno tentato anche con gli ingressi gratuiti o regalando una consumazione, ma è stato un fallimento. Il fatto è che non sono le discoteche che sono morte. È il popolo delle discoteche che sta scomparendo.

Certo, si può ancora sopravvivere, come spiega Francesco Sabbatini Rossetti, che ha tre locali nelle Marche – il Mamamia di Senigallia, il Noir di Jesi e il Miami a Monsano – per otto anni il direttore artistico della storica Baia Imperiale di Gabicce Mare, una delle cattedrali della riviera. Ma si deve cambiare tutto, «perché la gente non va più a ballare tutte le sere, non ne ha più voglia. Non è solo perché non può più spendere. Ora funzionano i Grandi Eventi. Devi creare l’occasione, il pretesto per radunare i clienti. E poi devi investire, come fanno a Ibiza, portare i turisti, creare opportunità. Il resto viene di conseguenza».

Un tema al posto del locale. In molti luoghi della Spagna, racconta un dj, «questa soluzione è già abbastanza diffusa». I gestori offrono i locali, danno le mura a gruppi internazionali che organizzano feste e incontri: le discoteche si trasformano così in templi provvisori, diventano dei capannoni che si riempiono di volta in volta con gli appassionati dei social network.

L’unica certezza è che, in fondo, la notte è rimasta. È solo cambiata. Sempre in Spagna si stanno diffondendo le Beach Dance, spiagge trasformate per l’occasione in discoteche, come se un luogo aperto, come lo sono le piazze del web, fosse alla fine più vicino al popolo di Internet. Che sia una soluzione o no, fa un po’ di malinconia a sfogliare le immagini di Jessica Da Ros, riguardando quei luoghi dimenticati, con i divanetti malconci e i muri scrostati, quei sepolcri della memoria, quando persino i padroni dello Studio 54 di New York venivano qui, dalle frontiere più avanzate del divertimento, per chiedere come si fa. Gianni Fabbri, dal suo trono del Paradiso, rispondeva osservando Grace Jones che festeggiava il compleanno a casa sua: «Bisogna essere come noi». Cioé? «Romagnoli». Oggi, non basta più.